FEDE, MISTERO E PITTURA CARAVAGGESCA
di Luciana Mauro Giornalista, realizza la rubrica «Salerno Noir» per Il
Mattino, Scrittrice e Presidente dell’associazione Scriptorium
Un thriller storico tra fede e arte barocca, costruito come un omaggio a un
protagonista sospeso tra luce e ombra: Francesco Guarini da Solofra, genio
della pittura caravaggesca e figura centrale di un racconto che affonda le sue
radici nel cuore inquieto del Seicento.
È questo il respiro narrativo de “L’ottavo angelo”, il romanzo di Gerardo A.
Russo, artista e scrittore solofrano, che nella quarta di copertina si annuncia
come un’indagine nel cuore oscuro del XVII secolo. Ma, pagina dopo pagina, il
libro rivela qualcosa di più profondo: non solo un intreccio storico, non solo un
mistero da sciogliere, ma una vera immersione nell’anima dell’autore.
Russo, nato e residente a Solofra, è stato insegnante, consulente editoriale,
giornalista, fondatore di riviste, periodici e realtà culturali legate anche al mondo
cibernetico. Eppure, dietro un percorso così articolato, resta il profilo di una
persona semplice, ancora animata dalla curiosità, dal desiderio di conoscere e
dalla necessità di condividere. Una disposizione umana che si avverte
nitidamente nel romanzo, dove la scrittura non è mai esercizio freddo o
puramente documentario, ma gesto di apertura verso il lettore.
Al centro della vicenda scorre un Seicento napoletano datato 1658, segnato dal
clima post-peste e dalle ombre che quel trauma collettivo ha lasciato sulla “città
della concia e dell’arte”. È un mondo ferito, superstizioso, affascinante e inquieto,
nel quale la bellezza convive con la paura, la devozione con l’ambiguità, la fede
con il sospetto.
Il motore narrativo è un dipinto: “I Sette Arcangeli”. Intorno all’opera si muove il
cavaliere Nicolò Brina, figura enigmatica e perturbante, chiamata dal viceré di
Napoli a indagare sull’autore del quadro, Francesco Guarini, e sul significato più
nascosto della sua creazione. Da qui prende forma un percorso che attraversa
luoghi e coscienze, taverne e palazzi, stanze illuminate e vicoli attraversati da
presenze oscure.
Russo costruisce il suo romanzo con un tratto fine, attento alla ricostruzione degli
ambienti e alla densità psicologica dei personaggi. Il Seicento che emerge non è
semplice fondale, ma materia viva: un tempo intriso di magia, religiosità, paura,
alchimia e passioni. Ogni scena sembra possedere una qualità pittorica, come se
lo scrittore trasferisse sulla pagina la stessa sensibilità con cui, da artista, affronta
la tela.
Ed è proprio qui che “L’ottavo angelo” trova una delle sue qualità più
interessanti. Nella descrizione dei volti, dei luoghi, delle ombre e delle tensioni
morali, non c’è soltanto il racconto di un’epoca. C’è un lavoro introspettivo che
appartiene profondamente a Russo: lo stesso che affiora quando dipinge,
quando affida a forme e colori la forza di un vissuto personale, emotivo e
simbolico.
La parola, come il colore, diventa allora strumento di rivelazione. Il mistero storico
si intreccia con una ricerca più intima, quasi esistenziale. La luce caravaggesca
non è soltanto un riferimento artistico, ma una chiave per leggere l’intero
romanzo: illumina ciò che è nascosto, taglia il buio, mette a nudo i conflitti
dell’uomo davanti al destino, alla colpa, alla fede e alla bellezza.
Non è casuale, in questo senso, il richiamo al giudizio di Enrico Crispolti,
maestro dell’autore, che osservava con arguzia come il centro tumultuoso di
alcuni suoi disegni mostrasse “il disincanto dell’uomo di fronte all’esistenza”,
mentre altre opere diventavano “polpa d’anima esterrefatta”. Un discorso
artistico, quello di Russo, che sembra possedere una propria coerenza e una
missione fisiologica: raccontare l’uomo nelle sue fratture, nei suoi interrogativi,
nelle sue zone di penombra.
Con “L’ottavo angelo”, Gerardo A. Russo firma, dunque, un romanzo che
unisce rigore storico, tensione narrativa e sensibilità artistica. Un libro che parla
di pittura, ma anche di identità; di fede, ma anche di dubbio; di un secolo lontano,
ma sorprendentemente vicino nelle sue inquietudini.
Nel volto di Francesco Guarini, sospeso tra grandezza e mistero, Russo sembra
cercare anche qualcosa di sé: il bisogno di interrogare la luce senza negare
l’ombra, di guardare la storia non come reperto immobile, ma come spazio vivo in
cui l’arte continua a parlare, a inquietare e a rivelare.

